• Angelo Fernando Galeano

La Prossemica nel Canto e sul Palcoscenico


La Prossemica è la disciplina che studia i gesti, il comportamento, lo spazio e le distanze all'interno di una comunicazione, sia verbale che non verbale.

ll termine è stato introdotto e coniato dall'antropologo Edward T. Hall nel 1963 per indicare lo studio delle relazioni di vicinanza nella comunicazione. Hall ha osservato che la distanza tra le persone è correlata con la distanza fisica, ha definito e misurato quindi quattro “zone” interpersonali:

  •    La distanza intima (0-45 cm).

  • La distanza personale (45-120 cm) per l'interazione tra amici.

  • La distanza sociale (1,2-3,5 metri) per la comunicazione tra conoscenti o il rapporto insegnante-allievo.

  • La distanza pubblica (oltre i 3,5 metri) per le pubbliche relazioni.






Nel libro The Hidden Dimension, Edward Hall osservò che la distanza alla quale ci si sente a proprio agio con le altre persone vicine dipende dalla propria cultura: i sauditi, i norvegesi, gli italiani e i giapponesi hanno infatti diverse concezioni di vicinanza.


Gli arabi preferiscono stare molto vicini tra loro, quasi gomito a gomito, gli europei e gli asiatici si tengono invece fuori dal raggio di azione del braccio. In alcune regioni meridionali dell’India, dove la distanza che gli appartenenti alle diverse caste devono mantenere fra di loro è rigidamente stabilita, quando gli individui della casta più bassa (paria) incontrano i bramini, la casta più elevata, debbono tenersi a una distanza di 39 metri.


Altra differenza è quella tra i sessi, i maschi si trovano più a loro agio a lato di una persona, invece le femmine di fronte.


Particolare rilevanza ha acquistato anche la prossemica dell'ascensore: ad esempio gli europei in ascensore si pongono a cerchio con la schiena appoggiata alle pareti, mentre gli americani si pongono in fila con la faccia rivolta alla porta.


Interessante è pure la prossemica degli ecclesiastici, che chiamando “figli” le persone che incontrano, accorciano la distanza relazionale e, di conseguenza, quella spaziale.

La conoscenza dell'esistenza della sfera prossemica è utile nel canto (ma se ne può fare anche a meno, sia chiaro, è solo una conoscenza in più per chi insegna, più marginale per chi studia) nel momento in cui si canta gomito a gomito con qualcuno, ad esempio in un coro.


In una situazione di disagio o di ingombro della nostra zona di sicurezza, del diametro all'incirca della nostra apertura di braccia, tendiamo per istinto e senza rendercene conto a modificare i nostri comportamenti abituali, ad esempio la prima cosa che ne risente è l'ampiezza, naturalezza e elasticità del movimento respiratorio che si riduce immediatamente, se non facciamo attenzione a quello che accade e imponiamo a noi stessi di mantenere lo stesso movimento che pratichiamo quando cantiamo da soli. E’ uno dei tanti motivi per cui il cantare in coro spesso è stancante per un artista abituato a cantare da solo.


Stessa cosa quando un artista tenta di cantare ‘a voce spiegata’ in uno spazio angusto o ad esempio, appiccicato al pianoforte per insicurezza, anche in quel caso il movimento respiratorio diventerà immediatamente più faticoso e ridotto rispetto al cantare o allenarsi in uno spazio aperto e senza ingombri nel raggio di un metro.


Nella classificazione di Hall non compare la distanza fra artista e pubblico, anche’essa fondamentale per la serenità dell’esecuzione del cantante, che trae sicurezza dalla lontananza del pubblico o ne subisce una presenza troppo invasiva se ravvicinata.


La distanza maggiore che dovrebbe essere inserita nella classificazione di Hall e quella fra artista e commissione esaminatrice o di audizione. In questo caso la distanza minima dovrebbe essere di almeno 10 metri...


In fase di performance l’artista esperto tende, inconsciamente, ad ampliare il più possibile la sua sfera prossemica in modo da inglobare il pubblico nella sua safe zone, ed è quello il momento magico in cui l’artista riesce a coinvolgere emotivamente il pubblico e a relazionarsi a lui senza azioni di chiusura. E’ il caso dei rocker più disinibiti che avendo inglobato il pubblico nella safe zone ne sono talmente in sintonia e prossimità da avere la fiducia assoluta di lanciarsi nel vuoto certi di essere sorretti dalla massa. E’ molto pericoloso lanciarsi prima di almeno un’ora di concerto e prima di aver stabilito col pubblico un legame di prossimità stretto, perché anche il pubblico deve avere il tempo di assorbire l’energia del cantante e inserirlo (sempre inconsapevolmente) nella sua sfera prossemica, altrimenti l’arrivo del corpo in volo sarà percepito come un pericolo con l’inevitabile reazione di scansarsi e lasciarlo cadere per terra. E’ ovvio che alla base di questa dinamica e perché si realizzi e crei, dev’esserci un sentimento di simpatia del pubblico verso l’artista.

Riflessione a sé merita il rapporto dell’artista col microfono, vero intruso nella sfera prossemica e spesso, nei casi di artisti particolarmente emotivi o inesperti, più nemico che amico.

L’invasione prossemica a livello del viso è la più forte e la più difficile da controllare, si pensi ad un bacio inatteso. 

Il microfono, nel momento in cui viene avvicinato al viso e non si è già esperti e scafati crea una immediata riduzione della safe zone a livello della testa, escludendone tutto il resto del corpo.

La prima cosa che accade mettendo in mano un microfono a un principiante è infatti l’immediato azzeramento di tutte le attività fisiche motorie dal collo in giù, respirazione compresa, e la tendenza nota come “cantare per il microfono” quella modalità inconscia per cui, convinti che il microfono serva ad amplificare i nostri suoni, si tende a sussurrare e canticchiare in direzione mentale del microfono. 


L’artista più esperto invece, avendo già assorbito il microfono nella propria sfera prossemica, sa che il microfono serve a riportare il suono altrove, non ad amplificarlo, e quindi riesce a cantare a voce spiegata per il pubblico e verso il pubblico e non per il microfono e verso il microfono.


Stessa dinamica si riscontra in studio di registrazione.


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