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  • Angelo Fernando Galeano

Il curioso caso delle donne baritono. Esiste davvero il contralto donna?

Aggiornato il: feb 20



Andare a teatro di prosa, per me, è ormai una sofferenza.

Al posto di una vocalità coltivata ed educata a raggiungere ogni anfratto del teatro in modo naturale e fisiologico, a teatro puoi ascoltare quasi sempre un perenne declamato stentoreo, al limite, spesso abbondantemente superato, dell’urlo scomposto. Ogni bravo attore crede di dover sfoggiare questo tipo di emissione per essere udito oltre la seconda fila.

Anche i più blasonati insegnanti di recitazione tuonano frasi del tipo “Spingi col diaframma!” “Dilla di diaframma!”.. sempre toccandosi la pancia al di sotto dell’ombelico per indicare il luogo da cui dovrebbe aver origine questa forza miracolosa, ma mai il posto venti centimetri più su dove un diaframma umano effettivamente risiede.

Che diavolo vorrà dire e in cosa consista questa spinta “di diaframma” non è dato capirlo, perché nessuno di loro te lo sa spiegare, riesce solo a fartela sentire, urlando, con una pressione sottoglottica spaventosa, una contrazione delle pelvi e degli addominali che è più utile alla defecazione che a qualsiasi atteggiamento fonatorio, le corde così spesse che ci si può rimorchiare un camion e uno strozzamento a livello laringeo da rendere afono pure uno con le corde di adamantio.

Perché in Italia, e solo in Italia, si è giunti all’accettazione e addirittura alla ricerca di questo suono così insano?

Non saprei dire perché con certezza, benché qualche idea socio-politico-culturale me la sia fatta, ma non è questa la sede; posso solo farvi notare che nel secolo scorso è sorta un’abitudine diffusa alla derisione e allo svilimento delle voci chiare ed acute in favore delle voci estremamente virili, portando, negli anni immediatamente successivi alla fine della Guerra, ad una ricerca di voci sempre più scure e tonanti, che tengano alta la bandiera del maschio italico.

Il processo per la ricerca di questo suono “impostato”, così lo chiamano gli addetti ai lavori, parte dal forzoso abbassamento laringeo, la proverbiale patata in bocca, per proseguire con la ricerca spasmodica di eccessive consonanze “di petto”, qualsiasi cosa significhi, coronate dalla spinta pelvico addominale e dalla contrazione di sfinteri che la natura ci ha generosamente donato per alti scopi. Insomma, hai presente tutto quello che dovresti fare per parlare e cantare libero e felice? Tutto il contrario.

Provate a sentire la differenza fra il colore vocale dei tenori prima della Guerra e dopo la Guerra. I primi hanno un suono brillante, chiaro, quasi contraltile. I secondi una vocalità sempre da tenore eroico, anche quando non richiesto dalla partitura.

Ascoltare questi ultimi crea nell’ascoltatore l’impressione che l’unica cosa che conti non sia la musica o il personaggio affidatogli, ma che qualcuno abbia messo in dubbio la virilità del malcapitato che si sente quindi in dovere di posare i testicoli sul piatto della bilancia per uscire dal teatro sicuro di aver confermato di essere un vero maschio italiano. Vien da chiedersi ovviamente se l’artista in questione sia cosciente, a recita finita, di quale personaggio abbia interpretato e di che periodo e stile fosse la musica.

Nel secolo scorso questa tradizione tecnica ed estetica è stata scambiata e confusa per la tecnica del Belcanto Italiano e come tale è stata trasmessa ed insegnata al posto di quella, ignorandone la sostanziale differenza.

Ma, ahimé, il danno è fatto. In tutte le Accademie di recitazione e Conservatori italiani si insegna ormai solo questa pratica vocale dell’abbassamento forzoso della laringe, e dello scurimento artificiale di qualsiasi colore vocale, su imitazione di quello che succede nel campo della cosiddetta “lirica”. L’errata convinzione è di creare così una voce più colorata ed interessante, “che corre”, quando in realtà si sta drasticamente limitando la penetranza della voce sulla lunga distanza, ricca com’è di formanti gravi a scapito di quelle acute.

Negli attori uomini questo tipo di atteggiamento fonatorio crea due problemi: Il primo è la perdita di udibilità sulla lunga distanza costringendo all’urlo perenne, è il caso di quegli attori che declamano stentoreamente anche per dire “ti amo”. Il secondo: il gusto degli addetti ai lavori, viziato da decenni di questa pratica, tende a scartare attori bravissimi dalla voce chiara, reputandoli non idonei ad interpretare ruoli maschili, oppure, semplicemente, non abbastanza bravi, perché “non appoggiano di diaframma”, ossia non urlano.

Quindi i baritoni fanno gli attori, i tenori stanno a guardare, oppure si scassano la voce cercando di scurirla artificialmente fino a sembrare degli orchi come i loro colleghi “bravi”.

Terzo problema, dimenticavo, ma lo sottolineo al volo, e non è il meno grave: in questo modo anche un ventenne in scena sembra un sessantenne. Se a teatro chiudi gli occhi, hanno tutti la stessa età, ossia un piede nella fossa.

Nelle attrici donne, il disastro. Vai a teatro, chiudi gli occhi, e non sai se sta parlando Otello o Desdemona, perché parlano nella stessa ottava, con la voce ugualmente compromessa da patologie e, spesso, dal fumo. Anche Giulietta, che dovrebbe essere una delicata quattordicenne, sembra una vecchia e tabagista prostituta di borgata, oppure la quarta sorella di Patty, Selma e Marge Simpson.

Oltre alle varie patologie insorge un’ipertrofia del muscolo tiroaritenoideo che ad un certo punto rende faticoso per la laringe di esercitare l’innata capacità di inclinazione tiroidea, ossia, di utilizzare il meccanismo che crea la cosiddetta storicamente “voce di testa”.

Queste donne dalla voce orribilmente compromessa e rovinata si autoconvincono, o vengono convinte dagli stessi attori declamanti in parrucca che le hanno rovinate, di essere dei contralti, quando sappiamo bene che il contralto donna è "come l’araba fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa".

Quando queste artiste per necessità devono superare la loro quinta risicata di estensione, trincerandosi dietro la certezza di essere dei rarissimi contralti e non delle donne dalla voce sfasciata, di solito sfoderano la frase d’occasione che le fa sentire speciali, ignare del fatto che ormai sono tutte speciali allo stesso modo: ”non è nella mia tonalità”. Vai poi a spiegare loro che qualsiasi cosa scritta per donna non rientra più nella loro “tonalità”, se ne hai coraggio, e che non possono abbassare di una terza o una quarta qualsiasi cosa.

È ovvio che questo tipo di utilizzo della voce sia estremamente usurante, per cui queste attrici baritono sono spesso afone, per sforzo o per infiammazione. Ciò non toglie che sembrino aver la laringite anche quando stanno bene.


Nelle cantanti di canto cosiddetto "moderno", qualsiasi cosa significhi, più correttamente definibile canto non teatrale, l'uso smodato del Belt e il rifiuto nella didattica di una vocalità coltivata di stampo teatrale basata sull'inclinazione tiroidea, crea il fenomeno dilagante e dilagato dell'abbondare dei contralti ben oltre ogni statistica umana.


Nei cori, soprattutto amatoriali, ma è abitudine anche nelle cantanti pop o jazz, accade quel fenomeno per cui chi sa cantare fa il soprano e chi non sa cantare il contralto, pur essendo il contralto donna praticamente inesistente. Repetita juvant.


La vera vocalità da contralto è sempre stata appannaggio delle voci maschili, i cosiddetti contralitini, o controtenori, che per secoli hanno eseguito le parti contraltili nei cori, soppiantati solo nel tardo '800 dalle donne, e neanche in tutto il mondo.


I veri contralti donna invece sono due su milioni. A stare larghi.

Tutti gli altri sono mezzosoprani, o peggio soprani, che abusano della voce cosiddetta "di petto", o modale, perché nessuno ha insegnato loro ad utilizzare la cosiddetta "voce di testa" o più propriamente il Mix.


Questo perché la didattica del canto Pop e Jazz contemporanea confonde la tecnica con lo stile e non educa i cantanti e le cantanti al Mix e al canto ad inclinazione, ma utilizza o una perenne qualità Speech oppure un Belt smodato e sguaiato, pensando che il Mix sia appannaggio solo del canto teatrale, o “lirico” come dicono i più.


In questo video Glenn Close ci spiega come non si dovrebbe mai cantare, neanche allo stadio:


Immaginate i danni alla didattica che possono fare, e che fanno, gli artisti che sanno solo beltare o cantare o parlare in questo modo.

I danni maggiori ovviamente si hanno quando allenano voci di adolescenti o voci non particolarmente robuste, voci che vanno inevitabilmente incontro a patologie più o meno gravi, oltre a non imparare realmente a cantare o a declamare.

Senza dimenticare il fatto che questa trasmissione di non abilità creerà nuove e nuovi didatti ancora più pericolosi man mano che le generazioni si susseguiranno.

Vorrei proporre in questa sede un ritorno alla femminilità delle attrici donne, alla separazione delle carriere, o fai Giulietta o fai la Balia, non puoi fare entrambe con la stessa voce, e vorrei spezzare una lancia in favore di tutti quegli artisti incompresi ed emarginati che, scegliendo deliberatamente di non urlare, sono fatti oggetto di scherno e di pregiudizi dai loro blasonatissimi colleghi urlatori.


Auspico un ritorno alla femminilità delle cantanti di canto non teatrale, cosiddetto "moderno", sia esso Jazz o Pop o qualsivoglia stile, e auspico fortemente un ritorno alla didattica della vocalità coltivata che renda oggettive le competenze di un artista.

Vorrei una volta andare a teatro e godermi lo spettacolo, poter chiudere gli occhi e godere delle voci degli artisti e delle artiste sane, aderenti al personaggio e alla loro età, non usurate, fresche, brillanti, libere.

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