Callas - Di Stefano: fu lui a spezzare l'ultimo canto della Divina?
- Angelo Fernando Galeano

- 2 giorni fa
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Le registrazioni trasmesse da Rai Radio 3 nel programma Il canto ritrovato sono un documento tanto prezioso quanto straziante: lasciano addosso un senso di profonda malinconia, ma aprono finalmente anche le porte a una verità che per anni è stata derubricata a semplice "declino naturale", o tragica e ineluttabile conseguenza della dermatomiosite.
C'è qualcosa di profondamente ingiusto, eppure tragicamente spiegabile, nel modo in cui Maria Callas ha affrontato i palcoscenici di Londra e Tokyo nel suo ultimo tour del 1973-1974.
Chiunque abbia familiarità con la vocalità della Divina sa che la sua primissima formazione, sotto la guida ferrea di Elvira de Hidalgo, era radicata nel Belcanto più puro. Eppure, negli ultimi concerti, ci siamo trovati davanti a un'emissione irriconoscibile: un primo passaggio di registro gestito altissimo e una voce storicamente detta di petto sforzata, ingrossata, abusata, ben oltre l'uso d'effetto che la Callas ha sempre gestito.
La domanda sorge spontanea: come ha potuto la più grande cantante del mondo dimenticare le basi dell'ABC vocale?
Sono decenni che mi chiedo come sia possibile, che ascolto e riascolto quei concerti strazianti e stento a riconoscere in quella metodologia di emissione la stessa artista che ha incantato i palcoscenici di mezzo mondo.
Gli studi clinici e foniatrici degli ultimi anni, per questo repentino declino, hanno formulato un'ipotesi molto chiara, parlando di dermatomiosite. Questa rara malattia autoimmune colpisce i muscoli e i tessuti connettivi, inclusi i muscoli intrinseci della laringe e la muscolatura respiratoria. ma dalla Juilliard a Tokyo passano due anni, il declino dovuto alla malattia non può essere così drastico, o esserne l'unica causa.

Mi spiego:
La prova che non si tratti di un crollo puramente fisico o biologico risiede nelle registrazioni celebri masterclass tenute alla Juilliard School di New York solo un paio di anni prima, tra il 1971 e il 1972. In quelle occasioni, anche solo accennando le frasi per mostrare i passaggi agli allievi, la Callas non commetteva questi errori grossolani. La memoria muscolare della scuola della Hidalgo era intatta; l'emissione, seppur alleggerita dal tempo, era corretta.
I nastri delle sessioni di studio privato fra la Callas e Di Stefano trasmessi in radio, sono invece finalmente illuminanti. Di Stefano, nel tentativo sincero e in buona fede di "aiutarla" a ritrovare lo smalto e la facilità dei tempi d'oro, le propone una routine di esercizi che definire agghiaccianti è un eufemismo per qualsiasi orecchio minimamente educato alla metodologia vocale belcantistica e alla vocalità di Maria Callas in particolare.
La colonna portante della scuola belcantistica prevede di anticipare il passaggio alla voce storicamente detta di testa per alleggerire il reclutamento di corda prima possibile e garantire l'omogeneità della linea vocale senza gradini.
Di Stefano le fa fare esattamente l'opposto. Forte della sua natura tenorile, e di una sua personalissima gestione della metodologia vocale, spinge Maria a "portare su" il registro storicamente detto di petto, a ingrossare il centro, a creare un perenne mix fin quasi al secondo passaggio, a forzare costantemente. Una pratica adatta ad alcune voci maschili, ma deleteria per qualunque voce sopranile, e letteralmente fatale per un soprano già segnato da problemi di salute e dal poco esercizio negli ultimi anni.
Ci si chiede come una professionista maniacale, cerebrale e rigorosa come la Callas abbia potuto mettere nel cassetto decenni di sana dottrina belcantistica e non abbia percepito di star facendo qualcosa di dannoso per il suo strumento. La risposta non è tecnica, è umana: Maria era una donna fragile che cercava disperatamente di ritrovare se stessa attraverso amori impossibili e uomini-padri accudenti, e l'uomo che le proponeva quella cura shock era lo stesso uomo di cui, in quel momento, era molto probabilmente invaghita, cosa confermata dalla figlia di Di Stefano. Si è probabilmente fidata e affidata alla pratica del tenore, pensando che l'istinto leonino di Pippo potesse fare il miracolo, accantonando le sue memorie muscolari e i suoi decennali stati attrattivi, che avrebbero potuto invece consentirle un riarmo più che decoroso.
Questo drammatico capitolo della storia dell'opera ci sbatte in faccia più di una verità pedagogica, ineludibili per chiunque oggi studi canto: in primis essere un grandissimo cantante non fa di te, automaticamente, un bravo insegnante; la didattica del canto ha i suoi percorsi ben definiti, fatti di conoscenze basilari, trattatistica e buone pratiche consolidate. Di Stefano ha compiuto il grande errore, sempre in buona fede, considerando che cinquant'anni fa la didattica si trovava ancora in un'epoca pre-scientifica, di applicare empiricamente la propria esperienza personale, ha proiettato una metodologia d'emissione basata sulla propria propriocezione sensoriale e muscoloscheletrica su un'architettura vocale completamente diversa.
Non meno importante la consapevolezza del proprio strumento e della propria identità vocale non è un accessorio da accantonare quando subentra l'emozione o l'influenza di chi ci sta accanto. La consapevolezza è l'unico paracadute che permette di volare senza schiantarsi.
Il tour del '73-'74 è stato il canto del cigno di Maria Callas, il sintomo di una fragilità emotiva che immola le proprie certezze metodologiche per amore, anche dopo decenni di fulgida carriera al massimo livello mondiale, e di un'identità vocale violata. .




assolutamente d'accordo, e grazie per l'analisi di un processo involutivo tanto chiaro ed evidente quanto scomodo per qualcuno. Di Stefano urlava, lei lo sapeva benissimo che non è attraverso quella scorciatoia (alla radio fatta passare per" suono avanti e alto") che si recuperava l'arte del canto; la testimonianza delle masterclasses di pochi mesi prima lo dimostra. Ma chi pensa che cantare sia trovare volume, superare l'altro, strappare l'applauso, purtroppo ci sarà sempre, eppure la Callas le poche volte che ha parlato di tecnica, ha sempre detto che è proprio quello che non bisogna fare (rinnegò addirittura parte delle recite messicane, in osservanza a questo principio). Come mai nella tournée abbia accettato questo volgare compromesso, resta un mistero, anche se in…