Un Sanremo democristiano
- Angelo Fernando Galeano

- 1 giorno fa
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Se l'era di Amadeus è stata quella della rottura e del caos creativo, il Festival di Sanremo 2026 di Carlo Conti è stato ufficialmente il festival della restaurazione. Definirlo democristiano non è solo un’opinione: è stata l'etichetta più usata dai critici, da Rolling Stone al Fatto Quotidiano, e quasi rivendicata dallo stesso Conti, che in conferenza stampa ha scherzato definendolo un festival cristiano e democratico. Ecco perché questa edizione è passata alla storia come la più istituzionale degli ultimi anni.
La vittoria di Sal Da Vinci con Per sempre sì è il manifesto perfetto di questa linea.
Una ballata classica che celebra il rinnovo delle promesse matrimoniali davanti a Dio.
Niente provocazioni, niente generi fluidi o testi criptici: solo melodia italiana pura, dedicata alla famiglia e alla propria città, Napoli. Un ritorno al vissero felici e contenti (?) che ha rapito il pubblico più conservatore e bacchettone. Carlo Conti ha gestito il palco con la precisione di un orologiaio svizzero. Dopo anni di imprevisti e polemiche politiche, il 2026 è stato l'anno in cui le polemiche sono state quasi azzerate. Gli ospiti internazionali, come Irina Shayk, sono tornati a fare le belle statuine senza toccare temi scottanti e si è puntato sull'effetto nostalgia con super ospiti come Andrea Bocelli e momenti dedicati al legame materno.
Come nella migliore tradizione della Prima Repubblica, il Festival si è chiuso con un passaggio di consegne programmato. In breve: è stato un festival che non ha tolto il sonno a nessuno, anzi lo ha indotto, perfetto per chi cercava una settimana santa di musica senza scossoni.
La vittoria di Sal Da Vinci con Per sempre sì è stata celebrata come il ritorno della melodia, ma è stata anche la restaurazione di un modello relazionale che si sperava superato: la canzone non si limita a raccontare una storia, ma eleva a ideale supremo una visione del rapporto uomo donna intrisa di maschilismo tossico travestito da romanticismo d'altri tempi.
Il testo recita: Io che per te ero solo un uomo sconosciuto, poi diventato un re dal cuore innamorato, tu una regina ora vestita in bianco sposa. Viene riproposto il tropo della donna la cui realizzazione suprema è il vestito bianco e il matrimonio. L'uomo si autodefinisce re, ponendosi come colui che dà uno status alla compagna, confinandola nel ruolo statico e bidimensionale della sposa ideale. Un altro passaggio chiave è: Senza te non vale niente, non ha senso vivere. Nel 2026, dopo anni di sensibilizzazione sull'autonomia emotiva e sui pericoli della codipendenza, presentare l'annullamento di sé e l'incapacità di vivere senza l'altro come la prova del grande amore è un messaggio pericoloso. È la retorica del ti amo da morire che, in contesti meno melodici, sfocia spesso nel controllo e nel possesso.
In tutta la canzone, la figura femminile è passiva. È colei che aspetta, colei che è vestita, colei che deve accettare la promessa. Manca totalmente l'agency femminile. Non è un dialogo tra due individui, ma un monologo dell'uomo che traccia il destino di entrambi: Saremo io e te, ti regalerò il più grande giorno. È la narrazione del protettore che decide e provvede, un pilastro del maschilismo benevolo. In sostanza, la vittoria democristiana di Sal Da Vinci è un passo indietro culturale: la rassicurazione di un'Italia che preferisce rifugiarsi nel rito del per sempre, davanti a Dio, piuttosto che affrontare le complessità e le fragilità delle relazioni moderne, nel migliore dei casi; è un’apologia inconsapevole di situazioni odiose e pericolose nel peggiore.
È l’elefante nella stanza ed è difficile ignorarlo. Parlare di scelta politica non significa necessariamente ipotizzare un complotto a tavolino, ma riconoscere una linea editoriale chiara che la RAI ha perseguito sin dalla nomina di Carlo Conti. Dopo il quinquennio di Amadeus, caratterizzato da baci fluidi, distruzione di rose sul palco e messaggi di rottura, la dirigenza cercava esplicitamente la normalizzazione. La vittoria di Sal Da Vinci è la chiusura perfetta di questo cerchio. Questa vittoria appare come un'operazione d'immagine per molti osservatori. Carlo Conti non è stato scelto per innovare, ma per rassicurare. Il suo stile è funzionale a un racconto dell’Italia che non vuole scossoni. Premiare un brano come Per sempre sì significa premiare un’idea di famiglia e di amore che non mette in discussione lo status quo. È una scelta volta a riallineare il Festivàl ai valori del servizio pubblico più tradizionale.
Il maschilismo benevolo viene usato come strategia di marketing. Quello che per molti è maschilismo tossico, per una fetta enorme del pubblico RAI e per la giuria delle radio di quest'anno viene percepito come romanticismo cavalleresco. Presentare l'uomo come protettore e la donna come regina da venerare è il modo più efficace per far passare messaggi patriarcali senza che sembrino tali. È una trappola. Si pulisce l'immagine del Festival dalle polemiche su gender e fluidità, tornando a una narrazione dove i ruoli sono chiari, binari e apparentemente rassicuranti. Il capolavoro della democrazia cristiana televisiva è che si concede lo spazio all'impegno sociale, come la violenza sulle donne e i diritti, per dimostrare di essere moderni, mentre si premia però il modello culturale che di quella violenza è la radice, ovvero il possesso, la dipendenza e l'uomo re. In questo modo la RAI si scherma dalle critiche sostenendo di aver parlato di violenza e di essere dalla parte giusta, mentre contemporaneamente incorona la canzone che celebra la donna oggetto del desiderio maschile.
Non dimentichiamo che la riforma del regolamento del 2026 ha dato un peso specifico maggiore alla giuria delle radio e ha reintrodotto filtri che hanno penalizzato i brani più estremi o controversi. Questo sistema è stato costruito apposta per evitare incidenti diplomatici in finale. In sintesi, la vittoria di Sal Da Vinci è il trionfo del paese reale che la RAI vuole rappresentare oggi: un'Italia che vuole emozionarsi con la melodia e che preferisce non guardare troppo da vicino i messaggi retrogradi nascosti tra un ti amo e un vestito bianco. Il caos di Amadeus è stato sostituito da un ordine che rischia di essere molto più polveroso di quanto sembri.
Se il podio ha premiato la restaurazione, la vera anima del Paese ha eletto i suoi vincitori morali. Artisti che hanno provato a portare ossigeno in un Ariston trasformato in una bolla conservatrice:
Le Bambole di Pezza sono state le vere antagoniste di Sal Da Vinci. Mentre lui cantava la regina in bianco, loro urlavano contro l'oggettivazione e l'ipocrisia dei ruoli di genere con un inno punk sull'autodeterminazione. Hanno parlato di consenso, corpo e libertà sessuale. La giuria delle radio le ha affossate perché il punk è visto come un rumore fastidioso che disturba la cena delle famiglie italiane.
Arrivato secondo, Sayf ha rappresentato la quota giovane in modo più sano. Ha portato una vulnerabilità maschile moderna. Invece di fare il re o il protettore, Sayf ha cantato l'incertezza, il desiderio paritario e la fragilità di chi non ha bisogno di dominare per amare. È stato usato dal sistema Conti come il giovane educato da contrapporre ai rapper considerati cattivi degli anni precedenti, ma resta un vincitore morale per aver dimostrato che si può essere popolari senza essere tossici.
Ditonellapiaga ha portato una critica ferocissima alla superficialità dei rapporti moderni e alle pretese maschili. Una canzone sull'agency femminile in cui lei non aspetta il grande giorno, ma analizza, critica e si stufa. Relegata a metà classifica perché troppo ironica o complessa per chi cercava solo la melodia, rappresenta la vittoria dell'intelligenza sul sentimento preconfezionato.
Il nuovo sistema di voto ha agito come una forma di filtro culturale. Le radio, che non vogliono urtare gli ascoltatori medi, hanno fatto da scudo impedendo a messaggi progressisti di raggiungere la vetta.
La vittoria di Sal Da Vinci è il risultato di un filtro editoriale che ha premiato il passato per paura del presente. Abbiamo avuto un festival dove si è parlato di diritti ma si è premiato il patriarcato nelle canzoni.
Ha perso l'idea di un Festival che intercetta il futuro. Se i giovani ascoltano Sayf o Rose Villain ma vince una ballata vecchio stampo, il rischio è che Sanremo torni a essere considerato una cosa per vecchi.
Ha perso il maschio fragile che ammette le proprie colpe e non vuole possedere. Ha vinto il cavaliere antico che rassicura la provincia ma ignora le battaglie culturali recenti.
Ha perso l'imprevedibilità. Carlo Conti ha dimostrato che si può fare un festival di buon successo commerciale, togliendo però il sale e il rischio.
È finita l'era del Festival come Stato Libero di Sanremo; siamo tornati al Festival come Ministero della Canzone e della Propaganda.
Ha perso chi sperava che Sanremo continuasse a essere un laboratorio di cambiamento sociale.
Ha vinto chi voleva che Sanremo tornasse a essere un anestetico collettivo.



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