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Un sonoro 1927 

  • Immagine del redattore: Angelo Fernando Galeano
    Angelo Fernando Galeano
  • 2 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Può essere un caso, una fortuita coincidenza, ma mi piace pensare che sia invece l’ingegno umano ad aver sviluppato parallelamente e sinergicamente due delle più grandi rivoluzioni culturali di tutti i tempi: nel 1927 cambiano per sempre sia la storia del Teatro Musicale contemporaneo che la storia del Cinema e del Musical cinematografico. 


A Teatro  


Esiste un momento storico preciso in cui ogni forma di Teatro compie il salto di qualità passando da una visione semplicistica e stereotipata ad una di dimensione di più ampio respiro e che indaghi l’uomo in tutte le sue sfaccettature. 


In epoca moderna è il caso della riforma goldoniana e della creazione di quello splendido ossimoro che è il “dramma giocoso”, che nella trilogia italiana di Mozart e Da Ponte raggiunge vette non ancora superate. Il dramma giocoso si pone a metà strada fra l’opera seria e l’opera buffa, i caratteri hanno mille sfaccettature, uno sviluppo nel corso degli eventi, causato dagli stessi, perdono la graniticità dei generi più incasellati come l’opera buffa e quella seria, e si proiettano nel teatro moderno come una vera rivoluzione. 


L’opera ha già assimilato questo concetto nel XVIII, il teatro musicale statunitense dei primi del ‘900, quello che chiamiamo Musical, arriva un po’ in ritardo a questo appuntamento doveroso con lo sfaccettato animo umano. La prima del Don Giovanni a New York è di appena 100 anni prima del nostro 1927, era il 1825, con l’intera famiglia Garcìa protagonista, fra cui il noto didatta Manuel Garcia jr come Leporello. 


Un noto impresario, Florenz Ziegfeld, che fino ad allora si era cimentato in tutt’altre faccende, le Ziegfeld Follies, resta favorevolmente impressionato da un nuovo spettacolo, che commenta così: "Questa è la miglior commedia musicale che abbia avuto la fortuna di produrre; non vedo l'ora di metterla in scena, questo show è l'opportunità della mia vita..."


La chiama ancora commedia musicale, ma è il prototipo del Musical Play del XX secolo: si tratta di Showboat, spettacolo in due atti composto da Jerome Kern su libretto e liriche di Oscar Hammerstein II. La trama narra le vicende dei lavoratori sul Cotton Blossom, un'imbarcazione che navigò sul fiume Mississippi dal 1880 al 1927. L'argomento della trama è imperniato sulla storia di un tragico amore ed è purtroppo ancora farcito da pregiudizi razziali. I personaggi si evolvono, le canzoni non sono da commento alla storia ma quello che in esse accade è parte integrante della vicenda, gli artisti si specializzano nel danzare cantare e recitare senza soluzione di continuità fra una disciplina e l’altra. 

Secondo The Complete Book of Light Opera "Giunge come un genere completamente nuovo – il musical si distingue facilmente dalla commedia musicale. il musical è il centro, e ogni altra cosa è subordinata ad esso. Vi è una completa integrazione fra canzoni, umorismo, numeri musicali e di danza, in un'inestricabile entità artistica unitaria."


Addio Operetta e Avanspettacolo, benvenuto Musical Theatre del ‘900. 

Sul grande schermo 


Il 1927 è l’anno in cui il pubblico cinematografico, fino a quel momento avvezzo a pellicole mute e ad un accompagnamento musicale eseguito live in sala, per la prima volta ascolta delle canzoni e delle parole che sembrano provenire direttamente dalla pellicola. 


Il 6 ottobre 1927 esce in tutte le sale degli Stati Uniti The Jazz Singer, 


Il film è in gran parte ancora muto, ma contiene alcuni dialoghi e ben 9 canzoni. 

Purtroppo la storia è ancora una volta imbevuta di pregiudizi razziali e stereotipi culturali. 

Il protagonista, Jakie Rabinowitz, è un ragazzo ebreo che rinnega le sue origini per dipingersi il viso di nero, diventare Jack Robin, e abbracciare la cultura musicale afroamericana. Mi piace pensare che sia il precursore di Yentl, una toccante storia in cui Barbra Streisand si traveste da uomo per poter studiare in una oppressiva comunità ebraica ortodossa. In ogni epoca qualcuno ha avuto, o ha, bisogno di sembrare altro da se stesso per poter vivere la vita che desidera senza l’imposizione della morale altrui.


Il film ebbe così tanto successo da salvare la Warner Brothers dal fallimento a cui era pressoché condannata prima della coraggiosa decisione di creare una pellicola così lungimirante e impegnativa. 


Nonostante il film sia proiettato verso il futuro, è ancorato a stereotipi del passato, come l’uso della blackface, restituendo personaggi afroamericani marionettistici e caricaturali. 


Piccola curiosità, due anni dopo, nel 1929, la pellicola fu proiettata con grande successo anche a Roma, per ben 19 giorni. 


Siamo vicini al centenario di questi due grandi avvenimenti, abbiamo tutto il tempo per riflettere e chiederci in che direzione cinema e teatro stiano viaggiando, e cosa si prospetta per il 2027.  






 
 
 

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