Il '900 dimenticato: l'elefante rosa.
- Angelo Fernando Galeano

- 2 gen
- Tempo di lettura: 5 min
Frequentando le istituzioni deputate all’educazione dei giovani musicisti in territorio italiano, balza immediatamente all’attenzione di chiunque si sia tolto la parrucca e viva nel XXI secolo una contraddizione così evidente da essere ormai un grande convitato di pietra che le maestranze che in queste blasonatissime istituzioni trasmettono competenze e tradizione didattica ignorano o spesso fingono di non vedere.
Il convitato di pietra, l’elefante rosa, è il ‘900.
Benché “secolo breve”, come lo definì lo storico Eric J.Hobsbawm, schiacciato com’era da una Belle Époque ancora nostalgica dell’800 e da una fine secolo che il crollo dell'Unione Sovietica e di tutti gli equilibri post bellici che conoscevamo hanno reso un XXI secolo in anticipo, il ‘900 è accaduto.
E non si può né fingere che non sia accaduto, né minimizzare i cambiamenti epocali che questo secolo e la globalizzazione culturale, principale protagonista socio-politica del 900, hanno portato nella musica “occidentale”.
La didattica, vocale e strumentale, è ferma ad un'epoca che non esiste più, ancorata ad un passato nostalgico e ad un’idea di musica valutata tramite il filtro del predominio dell’esperienza “classica” su quella “moderna”, intesa come ”colta ed elevata” contro “popolare”, ma che di questa idea romantica e romanzesca ha ben poco, deficitando spesso, oltretutto, della cultura, del sapere letterario, filosofico e storico che rendono gli artisti “colti” degni di definirsi tali.
Classico e Moderno non sono periodi ed esperienze contrapposte…
…ci sono cose classiche scritte ieri e cose moderne scritte 100 anni fa; sono modi di etichettare stili creativi ed esecutivi che oggi definiremmo “codificati”, ossia classici e che seguono una tradizione di regole formali perfette, versus “liberi”, ossia che non hanno una codifica stilistica troppo rigida, o non l’hanno ancora. E, quando li possiedono, se qualcuno infrange dei codici stilistici di questi stili più “moderni”, nessuno urla allo scandalo o lancia accuse di vilipendio.
Perché nei Conservatori si parla poco di ‘900?
E perché quando lo si fa si mantiene ancora una rigida distinzione fra musica definita “colta”, ossia quella di cui nessuno più fruisce se non per autoinfliggersi una piacevole tortura, come avrebbe detto Oscar Wilde, e musica “popolare”, quella che effettivamente ha dominato tutto il ‘900, nata dalla contaminazione e dal sincretismo fra culture musicali in apparaenza lontane come quella europea e quella africana o sudamericana?
Perché quando il Ministero dell’Istruzione nel 2020 ha creato un bando per la realizzazione di progetti per i Licei Musicali legati ai “nuovi linguaggi del ‘900” ha parlato del Jazz come di un “nuovo” linguaggio del ‘900, quando invece ha già ampiamente compiuto i 100 anni?
E perché quando un Conservatorio di Stato vuole aprire una cattedra di insegnamento di uno strumento, o del canto stesso, declinato secondo una codifica stilistica “non classica”, apre una cattedra di canto “jazz”, come se la parola jazz sia sinonimo di “moderno”, e non uno stile ormai storico ben preciso da conoscere e praticare?
Lo studio e la pratica del Jazz in terra italica spesso si riducono ad un’operazione di appropriazione di uno stile e di una cultura che non ci appartengono.
Sono pochissimi in Italia i didatti e le didatte, o gli esecutori ed esecutrici sopraffini che della conoscenza e della pratica del Jazz hanno fatto un’autentica vocazione donchisciottesca. Ed a loro si deve anche il distinguere, in alcuni Conservatori virtuosi, la pratica stilistica appropriata dalla mera etichettatura di “Jazz”=”non classico”. Possibile che noi italiani non abbiamo nulla di “moderno” da trasmettere ai posteri che qualche parruccone non definisca “jazz” solo perché non sa come altro definirlo?
Per esperienza so che si tende ad etichettare come “non-musica”, o “musicaccia”, o “quella roba moderna lì” gli stili che non si conoscono, o che si riesce a comprendere con difficoltà, per formazione, o per gusto personale aprioristico.
Nel Canto la distinzione fra stili, e quindi docenti, di stampo teatrale, quelli che l’italiano medio chiamerebbe impropriamente “lirici”, e quelli di stampo più “moderno” è abbondantemente superata, e le nuove generazioni di didatti internazionali sanno affrontare, grazie alla fusione di metodologie più olistico-sensoriali tradizionali e meccanicistiche di nuova concezione, entrambi gli approcci didattici con successo ed efficacia, come avviene nella didattica del genere musicale teatrale più completo che esista, il Musical Theatre, che spazia dal canto iperclassico a quello più pop con una disinvoltura ancora poco comprensibile per i parrucconi italiani.
Nella didattica strumentale la speranza è che questo cambio di mindset accada prima possibile, evitando gli arroccamenti in torri pericolanti e l’autoreferenzialità proclamata da pulpiti ormai tarlati e scricchiolanti.
La specializzazione in stili e repertori dovrebbe avvenire successivamente agli anni di formazione di base, in modo da consentire all’artista di poter spaziare e scegliere con più disinvoltura fra un secolo e l’altro, fra un linguaggio ed un altro, o addirittura consentendo all’artista di non dover scegliere affatto.
I have a dream
Sogno insegnanti di Canto, e di strumento, che insegnino la pratica e il repertorio senza etichette, dalla nascita del loro strumento ad oggi, anzi, se possibile, a domani.
La globalizzazione ha eliminato i vecchi concetti di classico e moderno, così come ha fuso le culture musicali in un grande melting pot globale che avvicina i linguaggi, i popoli, le epoche, gli stili, sfruttando una contezza ormai consolidata, ossia che nell’arte i sincretismi creano capolavori immortali, e quindi classici, molto più che gli arroccamenti.
L’ormai inesistente divisione fra musica “colta” e musica “popolare” è figlia di secoli che per fortuna si sono conclusi, è figlia di una pericolosissima e malsana idea di superiorità bianca, razzista e classista, derivante a sua volta da un eurocentrismo culturale che ormai dovrebbe provocare imbarazzo in chiunque ne parli e in chiunque ascolti discorsi da esso ispirati.
I top 100 di Rolling Stone
Nella classifica dei 100 artisti vocali più rappresentativi di tutti i tempi della musica cosiddetta “moderna”, quindi esclusi i cantanti d’opera, stilata dalla rivista Rolling Stone, per trovare un europeo dobbiamo scorrere fino alla dodicesima posizione: John Lennon.
I primi artisti, fra cui Aretha Franklin, Mariah Carey, Whitney Houston, Ray Charles, Beyoncé, Stevie Wonder, sono figli e figlie della cultura musicale afro-americana, una delle culture musicali che più ha saputo nel ‘900 superare le barriere stilistiche e culturali per dare vita ad un fenomeno che è ormai punto di riferimento per tutto il pianeta.
Dovremmo tutti smettere di far finta di non vedere l’elefante rosa che ormai troneggia in ogni aula didattica, e smetterla di parlare ai nostri Studenti di musica “colta” vs. musica “popolare”, e proporre una nuova distinzione, sempre che ce ne sia ancora l’esigenza, che trascenda l’orrido giudizio classista e indaghi invece l’essenza stilistica e le codifiche necessarie alla creazione, realizzazione e fruizione di entrambe.
Ai posteri l’ardua sentenza, per dirla col poeta.
E i posteri, mi si consenta, sono già nelle nostre aule.






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