I confini del mito secondo Nolan
- Angelo Fernando Galeano

- 19 lug
- Tempo di lettura: 5 min
Odissea, una breve riflessione SPOILER ALERT

Assistere alla prima di Odissea, l'ultima fatica di Christopher Nolan, è un’esperienza che lascia il segno, anche se l'uscita dalla sala porta con sé profondo rammarico: non aver potuto vivere questa pellicola in un formato IMAX. Visivamente, il film è stato concepito per quello schermo totale, e ridurne la portata significa inevitabilmente perdersi una frazione di quella monumentalità cinematografica che Nolan sa orchestrare come pochi altri registri contemporanei.
Il mio voto finale si assesta su un 8 pieno: un'opera maestosa, pur con i suoi evidenti e discussi squilibri.
La prima regola per approcciarsi a questo film è liberarsi dal rigore del filologo. Parliamo pur sempre di cinema, non di un documentario storico, ed è inutile ricercare a tutti i costi una veridicità assoluta laddove regna l'immaginazione. In questo senso, la sceneggiatura di Nolan si rivela molto più accurata e rispettosa delle aspettative. Il paragone con operazioni commerciali del passato, prima fra tutte il Troy di Wolfgang Petersen, sorge spontaneo e ne decreta la superiorità schiacciante. In Troy assistevamo a uno stravolgimento radicale e quasi grottesco del mito: Achille che entrava fisicamente nel cavallo per poi morire a ridosso della caduta della città anziché molto prima, o Agamennone sgozzato da Briseide durante il saccheggio, negando così il tragico ritorno a casa e la morte per mano di Clitemnestra ed Egisto, Menelao che muore ucciso da Ettore, quando invece torna a Sparta con Elena; ancora nel tentativo di santificare Ettore, e l’attore che lo impersona, Ettore in Troy uccide persino Aiace, quando nell’Iliade il loro duello finisce pari e patta, abbracci, doni taralli e vino. Paride che fugge da Troia, troppo bello per morire, quando invece sappiamo che ci lascia le penne, per non parlare della morte di Astianatte, troppo cruda per i deboli stomachini statunitensi. Ranzata via anche quella, si salva anche lui e scappa con Andromaca.
Nolan non cade in queste derive grossolane. Le sue imprecisioni sono scelte d'autore, modifiche mirate che cercano una sintesi drammaturgica. Certo, fa storcere il naso l'assenza totale della celebre prova del letto nuziale radicato nell'ulivo, sostituita da un riconoscimento tra Penelope e Odisseo che passa attraverso una spilla. Eppure, nell'economia del racconto nolaniano, il tessuto mitologico regge abbastanza e dimostra una dignità culturale che Hollywood aveva da tempo dimenticato.
Il vero problema del film, il punto di rottura che genererà infiniti dibattiti tra gli appassionati e gli esperti, risiede in alcuni buchi di trama e omissioni strutturali importantissimi. La scelta più inspiegabile e dolorosa è senza dubbio l'esclusione totale dei Feaci. Come è possibile che Nolan, un regista da sempre affascinato dai mondi paralleli, dall'avanguardia e dalle strutture sociali complesse, abbia rinunciato alla tappa concettualmente più vicina al suo cinema? La terra di Scheria, nel poema omerico, descrive una civiltà ideale dove la tecnologia rasenta quasi la fantascienza: navi che si spostano con la forza del pensiero senza bisogno di timone, guardiani d'oro e d'argento animati a difesa del palazzo. Era lo scenario perfetto per un tocco visionario del regista. Invece, Nolan preferisce privarci di questo frammento utopico, facendo approdare Odisseo a Itaca come un naufrago solitario su una zattera di fortuna, anche abbastanza ridicola, privandolo del passaggio sicuro sulla nave magica offerta dal re Alcino.
Questa macroscopica omissione si porta dietro uno stravolgimento strutturale che colpisce il cuore stesso dell'Odissea. Il poema originale si regge interamente sulla tecnica del grande flashback: il racconto in prima persona che Odisseo fa durante il banchetto alla corte dei Feaci. Nolan, rinunciando a questa cornice, compie un azzardo narrativo: decide di far raccontare gran parte delle peripezie passate, dei mostri marini, delle sofferenze, della perdita dei compagni e del loro oblio a causa del loto (anche questo riservato solo a lui, niente Lotofagi, spiacente) alla ninfa Calipso.
Sebbene la scelta doni una sfumatura lirica e psicologica inedita al tempo della prigionia su Ogigia, spezza in parte l'epica del protagonista come unico depositario e narratore del proprio destino.
Laddove la sceneggiatura mostra il fianco a queste critiche strutturali, il comparto tecnico ed espressivo si eleva a livelli strabilianti. La fotografia è semplicemente incredibile: ogni singola inquadratura è un quadro vivente, un perfetto bilanciamento di luci naturali e ombre che restituiscono l'asprezza del Mediterraneo e il mistero dell'ignoto. A supportare questa maestosità visiva c'è una colonna sonora magnetica e primordiale, creata appositamente con antichi strumenti. Il suono che ne deriva non è la classica traccia orchestrale hollywoodiana, ma un tappeto sonoro ipnotico, arcaico e al tempo stesso modernissimo, capace di penetrare sottopelle e mantenere la tensione drammatica senza mai essere invasivo o eccessivamente e inutilmente didascalico.
Le interpretazioni degli attori e delle attrici, sono degne del progetto. Gli uomini, in primis il protagonista, eccezionali nella loro capacità di restituire la stanchezza fisica e psicologica di un viaggio decennale, le donne, fra cui spicca decisamente Samantha Morton nel ruolo di Circe, sono magnetiche.
Ho anche compreso la scelta di un viso così particolare per Elena e Clitemnestra, invece della solita bellezza euro-normata. Nolan ha voluto deliberatamente strappare le sorelle Elena e Clitemnestra dalla dimensione della bellezza convenzionale per consegnarle alla dimensione semi divina che le figlie di Leda meritano, o almeno Elena, figlia di Zeus insieme al fratello Polluce, mentre Clitemnestra e Castore erano figli di Re Tindaro. Quel volto così peculiare diventa un’icona che si staglia nettamente rispetto al resto del cast, giustificando visivamente l’ossessione che muove l’intera vicenda. Gli uomini non scatenano una guerra di dieci anni per una bellezza ordinaria, ma per un ideale che ridefinisce i confini stessi dello splendore e che appare, appunto, diverso da tutto il resto del mondo. Per altro Odisseo stesso puntualizza che Elena è solo un pretesto per una guerra per il controllo delle vie del commercio, del viso di Elena frega marginalmente un pò a tutti, cornuto compreso.
L’opera regala sequenze destinate a rimanere nella storia del cinema. Tra queste, la visione del Cavallo di Troia abbandonato e parzialmente immerso nella sabbia e nella marea della spiaggia è un momento di pura e magnifica poesia visiva. Anche in questo caso, tuttavia, rimane un pizzico di rammarico: considerando l'amore di Nolan per l'ingegneria e i dettagli realistici, sarebbe stato affascinante vederlo accogliere le più recenti teorie che identificano il "cavallo" non come una struttura di forma realmente equina, bensì come un hippos, una tipica nave fenicia, per l’occasione realizzata con un doppio fondo per favorire il piano ideato da Odisseo. Peccato, occasione persa. Per altro, niente abbattimento di una parte delle mura, come narra il mito.
Nonostante i suoi difetti di scrittura e le sue pesanti omissioni, Odissea rimane un film assolutamente da vedere, un'opera d'autore potente che dimostra come il mito possa ancora dialogare con la contemporaneità. Christopher Nolan firma un viaggio viscerale che non cerca la precisione, né quella scolastica, né quella del sentire comune, ma la forza degli archetipi che, come dice Barbra Streisand, sono sempre vivi e vegeti e si sono installati a casa mia.
Usciti dalla sala, l'unica certezza è che il grande cinema ha ancora bisogno di registi capaci di osare su scale così immense.




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