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Angelo, hai cantato come un angelo?

  • Immagine del redattore: Angelo Fernando Galeano
    Angelo Fernando Galeano
  • 11 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

Ricordo del Maestro Michael Aspinall


Circa vent’anni fa ero al concorso As.Li.Co., quello che mi fece debuttare nel mondo dell’opera. In camerino, durante la semifinale, sentii vocalizzare una voce che mi sembrò l’emissione più morbida, luminosa e controllata che avessi mai ascoltato. Era un’altra concorrente, si chiama Amy Gasparetto, una cantante di raro talento che non ringrazierò mai abbastanza. Vinsi la timidezza che sempre ci padroneggia dietro le quinte di un concorso internazionale e le chiesi: «Chi è il tuo maestro?». E lei: «Michael Aspinall. Ti ho sentito cantare, hai una voce che potrebbe piacergli moltissimo, dovresti andare da lui».


Lo conoscevo: ai tempi del liceo, con il mio caro amico Pasquale, ero andato a vedere un suo spettacolo al Teatro Orfeo di Taranto che si chiamava Ghizzi e ghiribizzi delle grandi prime donne, un concerto-spettacolo in cui il Maestro omaggiava e cachinnava le grandi dive ottocentesche e del primo Novecento, con parodie da sbellicarsi, cantate ovviamente un’ottava sotto, dovrei avere ancora il programma in fondo al baule dei ricordi importanti. Quello che mi rimase impresso era che non prendeva in giro i vezzi da rotocalco, ma quelli tecnico-stilistici, cosa che solo un fine conoscitore avrebbe potuto fare. Il momento clou della serata? Tosca che tira fuori un fischietto dall’importantissimo décolleté per chiamare aiuto e sfuggire al fuoco dei lombi di uno Scarpia dall’aria molto poco pericolosa. Ero piegato sotto la poltrona, avrò avuto diciotto anni e mezzo, non di più.


Amy mi diede il suo numero, e così lo contattai lasciando un messaggio alla sua intasatissima segreteria telefonica. Ci demmo un appuntamento telefonico: «Chiamami domani all’ora di pranzo a questo numero», rigorosamente fisso. Tanta era l’attesa di chiamarlo che mi svegliai la mattina dopo preso dall’ansia di non perdere l’appuntamento; nel dormiveglia mi autoconvinsi che fosse mezzogiorno e lo chiamai. «Maestro, sta pranzando?» «Sto facendo la mia prima colazione». Ops. Guardo l’orologio... le 8:15. Iniziamo bene.


Michael viveva a Napoli, ma all’epoca faceva lezione in un appartamento a Roma, in Largo Argentina, sopra il Teatro Argentina, quello della prima assoluta del Barbiere di Siviglia. Magia. Da Torino prendevo l’aereo al mattino, facevo lezione nel primo pomeriggio e tornavo a Torino la sera stessa o il giorno dopo.


Il primo incontro con Michael mi cambiò la vita. Mi diede innanzitutto una certezza: «Tu sei un vero controtenore. Non un sopranista o un contraltista, ma un controtenore; forse il primo che sento qui in Italia, di quelli che si sentono solo in Inghilterra». Mi corresse immediatamente la metodologia respiratoria: «Solo voi italiani respirate così in basso», mi disse. Mi insegnò la vera respirazione costo-toraco-diaframmatica, mi insegnò gli esercizi di respirazione che ancora oggi sono il prezioso fondamento della mia didattica e mi regalò la copia del capitolo sulla respirazione dell’allora introvabile testo di Vittorio Ricci: La tecnica del canto in rapporto con le pratiche antiche e le teorie moderne, preceduta da un cenno storico sulla evoluzione di quest’arte dal sec. XVI sino ai nostri giorni, del 1920.


«Mi piacciono le lagne», mi diceva quando gli portavo delle arie da preparare, intendendo che adorava le arie lente: era un suo espediente per lavorare sul legato, sulle tensioni dinamiche, sugli aspetti tensivi e distensivi dell’armonia. E quando tornavo da un concerto dopo aver cantato qualche brano preparato insieme, la domanda, in tono paterno, era sempre la stessa: «Angelo, hai cantato come un angelo?».


«Mi raccomando, l’atteggiamento del viso dev’essere trasohgnatoh». Ora, come un signore inglese conoscesse quella parola rimane ancora oggi per me un mistero; la sua padronanza della lingua italiana era davvero straordinaria.


In un momento in cui ero già in carriera, avevo già avuto Maestre e Maestri di caratura, mi dissero «Non ti vergogni a mettere in curriculum uno che fa la drag queen?». Come spiegare l’essenza di un cantante inglese talmente innamorato dell’Italia e del Belcanto da trasferirsi a Napoli, diventare insegnante in Conservatorio, diventare uno dei più importanti e rispettati conoscitori della trattatistica storica sul Belcanto italiano fino a essere l’autore dell’edizione critica del Metodo Vaccaj per Ricordi, e poi desiderare di mettere su spettacoli che quella storia del Belcanto la portavano in scena in tempi in cui la gente non sapeva neanche la differenza fra Giulia Grisi e Renata Tebaldi?


Ci sono figure nel mondo del canto che si limitano a eseguire la storia della musica, e altre, rarissime, che la incarnano, la sezionano e la restituiscono al pubblico con una genialità tale da sfiorare il sublime. Michael Aspinall appartiene senza dubbio a questa seconda, elitaria categoria.


Michael è stato un musicista che ha saputo elevare il concetto di parodia alla sua forma più alta: quella della critica storico-vocale. Chi si è fermato al sorriso, di fronte alle sue esibizioni in abiti sfarzosi mentre scimmiottava le pose delle grandi prime donne dell’Ottocento, ha colto solo la superficie del suo genio. Dietro quel sorriso si celava infatti uno dei più grandi conoscitori della prassi esecutiva vocale del diciannovesimo secolo.


Per prendere in giro una regola, devi prima averne un dominio assoluto. E il dominio di Aspinall sulla respirazione, sulla meccanica laringea e sull’estetica del Belcanto era monumentale. In un’epoca in cui la didattica vocale tende spesso ad appiattire lo stile sull’altare di un’omogeneità timbrica anacronistica, Aspinall ci ha ricordato come cantavano davvero le grandi primedonne. Ci ha costretto ad ascoltare i dischi di Adelina Patti, di Nellie Melba, di Luisa Tetrazzini, decodificando per noi quei difetti che erano in realtà vezzi stilistici precisissimi, e a rievocare i fantasmi di artiste come Giulia Grisi o Maria Malibran, filtrandoli attraverso la sua lente acutissima e spietata.


Michael è stato un enciclopedista della voce, un filologo rigoroso mascherato da commediante, un didatta preziosissimo. Ci ha insegnato che lo studio della storia del canto richiede un rigore accademico assoluto, ma che l’arte, alla fine, non deve mai prendersi troppo sul serio per risultare vera.


Quel poco che sono oggi come artista, didatta e autore lo devo anche a lui, alla fiducia che ha saputo infondermi nei confronti del mio strumento e alla gioia per lo studio della trattatistica che mi ha trasmesso.


A lui va l’elogio più grande: quello di averci fatto ridere a crepapelle, costringendoci al contempo a prendere appunti.



 
 
 

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