• Angelo Fernando Galeano

A qualcuno interessa ancora andare a vedere DEH doppiato?

È approdato, nei cinema della Nazione, l’adattamento cinematografico di un musical fra i più noti e di successo degli ultimi anni, un capolavoro del Contemporary: Dear Evan Hansen.

È la storia cruda e toccante di un liceale con disturbo d’ansia sociale che resta invischiato nel suicidio di un compagno di scuola. Mi fermo qui. #nospoiler


Lo spettacolo ha debuttato a Broadway nel 2016, con Ben Platt nel ruolo protagonista, e nel 2019 a Londra con Sam Tutty nel ruolo di Evan.


Nel 2017 Ben Platt ha vinto il Tony Award come Miglior Attore Protagonista in un Musical per la sua interpretazione che, al pari di grandi star del passato, è entrata nella leggenda dello spettacolo legando indissolubilmente il proprio nome e il proprio volto al personaggio.



Il 2 dicembre, come detto in apertura, il nuovissimo adattamento cinematografico, con Ben Platt nel ruolo di Evan, è approdato nelle sale cinematografiche Italiane.


Doppiato in italiano. Anche le canzoni.


Si fosse trattato della versione italiana a teatro avrei ancora potuto capire e tollerare la scelta della traduzione; il grande pubblico del Musical infatti non è ancora abituato ai sopratitoli, perché tutti i musical inglesi e americani vengono sempre e ancora tradotti.


Vien da chiedersi perché, invece, il pubblico dell’opera, ben più anziano come età media, riesca benissimo da decenni a godere di uno spettacolo in lingua originale e con i sopratitoli.

È una questione di abitudine, l’avvento della grande distribuzione dei dischi in vinile infatti ha allenato le persone ad ascoltare l’opera nella sua versione originale già molti anni fa, e oggi nessuno più vorrebbe andare a teatro e vedere la Carmen di Bizet e sentire anziché “L'amour est un oiseau rebelle Que nul ne peut apprivoiser” l’agghiacciante: “È l’amore uno strano augello che non si può addomesticar”.


Il boom del vinile e poi dei cd, quindi della grande distribuzione musicale, ha cambiato da decenni le abitudini dei frequentatori dei teatri d’opera e le opere per fortuna non si traducono più; vengono rispettate come opere d’arte immateriali, tradurre la Carmen ormai è come mettere i baffi alla Gioconda, non in un immagine computerizzata, ma su quella vera, col pennarello indelebile.

Oggi viviamo nel pieno del secondo boom della grande distribuzione musicale della storia: lo streaming. Grazie allo streaming tutti possono accedere a qualsiasi brano edito nel giro di pochi secondi. E, ovviamente, non c’è più il problema e la difficoltà dell’importazione. Quindi tutti ascoltiamo immediatamente qualsiasi cosa venga rilasciata in qualsiasi parte del mondo.

Incluse le registrazioni ufficiali dei Musical.


Il pubblico medio del Musical è ormai abituato a fruire delle versioni originali degli spettacoli, sia in audio che in video, l’unico e ultimo baluardo delle traduzioni resta il teatro, lo spettacolo dal vivo.


Questo anacronismo riesco però ancora a sopportarlo, a teatro, per due motivi:


1. Gli attori italiani non sempre hanno le competenze tecniche, stilistiche e linguistiche per interpretare uno spettacolo in lingua originale, quindi piuttosto che sentirlo deturpato nella sua versione originale, almeno sentendolo in italiano possiamo dare la colpa alla lingua.


2. Ci sono ormai traduttori italiani, veri esperti di teatro musicale, che adattano le liriche rispettando non più solo la metrica, ma anche le principali vocalizzazioni, in modo che l’interprete possa mantenere il più possibile anche lo stile vocale del brano, utilizzando la medesima qualità di suono che utilizzerebbe in inglese. Vocali troppo diverse, infatti, specie in punti apicali della melodia, costringerebbero l’interprete a modificare anche la vocalità, risultando così troppo fuori stile.


Questi due motivi mi rendono ancora tollerabile una versione italiana a teatro, ancora per qualche anno, forse un decennio al massimo, finché non si arriverà inevitabilmente alle produzioni internazionali itineranti, che saranno giocoforza in lingua originale con sopratitoli, in qualsiasi nazione approdino,


Ma il doppiaggio delle canzoni, al cinema, nel 2021, è un anacronismo la cui sola esistenza mi lascia onestamente e sinceramente esterrefatto.


I produttori del film, vabbè, direte, è papino il produttore del film, ma concediamo un po’ di buona fede al signor Platt senior, hanno deciso di tenere nel film l’interprete originale del Musical benché ormai assolutamente fuori età, rispettando quindi una consuetudine teatrale e non cinematografica: a teatro infatti non importa l’età dell’interprete, quello che conta è che la vocalità sia aderente al personaggio, a rendere scenicamente credibile l'attore fuori età ci pensano sia trucco e parrucco che la distanza fisica dallo spettatore.

Il teatro non è verosimile, per sua stessa natura, al contrario del cinema che giustamente ricerca il verosimile a tutti i costi.


La scelta dei produttori è stata quindi in assoluta controtendenza. Per quale motivo?

Conta di più avere un Evan di età scenica plausibile o un Evan centrato e credibile vocalmente?


Persino loro hanno scelto la seconda, attirandosi un mare di critiche per il fatto che ormai Ben Platt ha quasi trent’anni. Ma onestamente è una scelta saggia. Offrire al mondo il creatore della parte, ossia il primo interprete in teatro, vincitore del Tony Award come Miglior Attore Protagonista, è un gesto nobilissimo verso tutte le persone che non hanno potuto godere dello spettacolo dal vivo a Broadway, e oculato dal punto di vista imprenditoriale perché cavalca l'onda dell'entusiasmo verso l'interprete oltre che verso l'opera in sé, come era successo nel 1968 con Barbra Streisand in Funny Girl.


A qualcuno è mai venuto in mente di doppiare la voce cantata di Barbra Streisand in Funny Girl? O di doppiare Les Misérables? O Whitney Houston in The Bodyguard?

Su Netflix è appena uscito Tick, Tick, … Boom! di Jonathan Larson con Andrew Garfield nel ruolo del protagonista. È doppiato nel parlato, ma le canzoni sono rimaste intonse.


Dopo tutto questo ragionamento che è alla base stessa della produzione cinematografica, e ne giustifica la stessa esistenza, in poche parole il film è stato fatto proprio per far sentire Ben Platt al mondo intero, e non solo ai fortunati che lo hanno ascoltato in teatro a New York, noi italiani cosa facciamo?


Doppiamo Ben Platt anche nelle canzoni.

Ma cosa volete che ce ne freghi, a noi appassionati di teatro musicale contemporaneo, che siamo gli unici che andranno al cinema a vedere DEH, di andare a vedere la faccia di Ben, a trent’anni, messa lì dai produttori per il privilegio di avere la sua voce, senza la voce?

Doppiato da uno sconosciuto, che canta pure fuori stile?


Per non passare una serata col mal di pancia aspetteremo che il film esca su Netflix per poter disattivare l'inutile doppiaggio e poter finalmente vedere Dear Evan Hansen.


Pensavate così di avvicinare i giovani e il grande pubblico?

Sbagliato.


Al grande pubblico di DEH non frega nulla. E una cosa troppo di nicchia per essere non solo apprezzata, ma addirittura conosciuta e riconosciuta. Il “grande pubblico” non va al cinema a vedere la storia di un sociofobico cantata. #Sapevatelo


E i giovani? I “giovani” che si nutrono di questo tipo di intrattenimento sono smart generation, le canzoni le ascoltano su Spotify, le conoscono a memoria, ormai masticano l’inglese come seconda lingua, pensate che gliene freghi qualcosa di andare al cinema a sentire le canzoni, che amano, tradotte e cantate da un altro?


Gentili signori della Universal, avevate la possibilità di fare la storia e portare coraggiosamente in sala il film doppiato nei dialoghi e sottotitolato nelle canzoni, ma avete lasciato prevalere la codardìa e il timore del flop.


Lo capisco, siete imprenditori prima che persone di teatro e d’arte.

Che peccato.

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