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Il zappatore di Leopardi non è una "licenza poetica".

  • Immagine del redattore: Angelo Fernando Galeano
    Angelo Fernando Galeano
  • 3 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

Chiunque abbia frequentato un liceo italiano si è imbattuto, prima o poi, nel feticcio supremo della critica scolastica: la licenza poetica. Quell’indulto grammaticale che i professori concedono magnanimamente ai grandi del passato per giustificare forme che oggi, su un tema di terza media, verrebbero segnate con una spessa riga di penna rossa.


Il caso da manuale si nasconde tra i versi de Il Sabato del villaggio di Giacomo Leopardi:

“E intanto riede alla sua parca mensa, fischiando, il zappatore…”

“Vedete ragazzi?”, dice la cattedra con un sorriso di circostanza, “Leopardi usa ilanziché lo davanti alla Z per ragioni di metrica, per far tornare il settenario. È una licenza poetica”.


Ebbene, no.



Giacomo dopo decenni di applicazione, studi, sudate carte, uno dei più geniali e colti poeti italiani non aveva bisogno di barare, scriveva e pensava correntemente “il zappatore”. E con lui, tutta l’Italia colta, teatrale e persino popolare tra il Settecento e la fine dell’Ottocento.

Il grande equivoco della nostra percezione dei classici nasce da un errore di prospettiva: applichiamo ai testi del passato le regole rigide stabilite dai manuali scolastici del secondo Novecento. Oggi per noi la norma è vincolante: davanti alla Z (e alla S impura) si usa l’articolo lo. Fine della storia.


Ma al tempo di Leopardi la lingua italiana non era così rigida e regolamentata. L’uso di il davanti alla Z era una variante perfettamente legittima e ordinaria del parlato colto e della grande tradizione letteraria.

Per capire quanto questa forma fosse di casa nell’orecchio degli italiani, ci viene in aiuto, come sempre, l’arte italiana che fonde metrica e suono: l’opera.


Nel melodramma, i librettisti non scrivevano per i grammatici del futuro, ma per il pubblico del presente. Dovevano usare una lingua fluida, che scorresse bene sulla melodia e fosse comprensibile dai più. Ebbene, se andiamo a scartabellare i capolavori del Settecento e dell’Ottocento, scopriamo che il partner fisso della Z era quasi sempre l’articolo il.

Prendiamo il paroliere per eccellenza di Wolfgang Amadeus Mozart, Lorenzo Da Ponte. Nel Don Giovanni (1787), durante la celeberrima serenata sotto la finestra, il dissoluto punito canta alla cameriera di Donna Elvira: “Tu ch’hai la bocca dolce più che il miele, tu che il zucchero porti in mezzo al core.”.


Qualche anno più tardi, nel 1790, Da Ponte fa il bis in Così fan tutte. Qui siamo in pieno realismo domestico: la cameriera Despina sta preparando la cioccolata per le sue padrone e si lamenta del lavoro, assaggiando di nascosto la tazza: “Ci si pesta il cacao, si cerca il gusto... Perbacco, è buono! [...] Ci vorrebbe il zucchero”.

Non sono sviste metriche. Era la lingua della quotidianità. Una lingua che ritroviamo intatta nel 1814 nel libretto di Felice Romani per Il turco in Italia di Gioachino Rossini. Nell’Atto I, la scaltra Fiorilla offre il caffè al principe turco Selim e, in un perfetto gioco di seduzione da salotto, gli domanda a bruciapelo: “Il zucchero è bastante?”


Prima di loro, la stessa identica non-licenza poetica linguistica era stata sdoganata dalle commedie di Carlo Goldoni e dai melodrammi di Pietro Metastasio, che nei loro testi usavano correntemente il zucchero sia per i nobili che per i servitori.

Se pensate che l’opera sia un mondo a sé, troppo legato alle esigenze del canto, facciamo un salto nella prosa di fine Ottocento. Quella destinata ai bambini e quella destinata ai cuochi, ovvero la lingua più pop, accessibile e quotidiana immaginabile.


Prendete Carlo Collodi e il suo Pinocchio (1883). Nel capitolo XVII, quando la Fata Turchina cerca di rifilare la medicina amara al burattino, assistiamo a un braccio di ferro tutto incentrato su un articolo: “Prima voglio il zucchero, e poi berrò la medicina” La Fata tirò fuori da una paratella d’oro una pallina di zucchero, e Pinocchio, dopo averla fiutata e assaporata, disse a gran voce: “Se fosse il zucchero così, la prenderei la medicina anche a secchi!”.


Niente poesia, niente musica: solo un burattino di legno toscano che parla come mangia.


E a proposito di mangiare, passiamo a Pellegrino Artusi. Nel suo monumentale La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (1891), la bibbia gastronomica che ha letteralmente unificato l’Italia a tavola, l’articolo lo davanti alla Z è un illustre sconosciuto. L’Artusi, che scriveva in un finissimo e controllatissimo fiorentino ottocentesco, riempie le sue ricette di indicazioni come: “Quando il zucchero sarà sciolto”, “Prendete il zucchero a velo”, “Lavoratelo prima col mestolo insieme col zucchero”.


Torniamo allora a Leopardi. Se il zappatore fosse stato davvero un escamotage d’emergenza per far quadrare il ritmo del settenario, ci aspetteremmo di trovare la forma “corretta” (lo) dove la metrica non è necessaria, nella prosa privata, nelle lettere, nei saggi filosofici.

E invece, nello Zibaldone di pensieri o nell’epistolario privato di Giacomo il poeta non faceva sconti alla Z nemmeno quando parlava di massimi sistemi o scriveva alla sorella Paolina. Nelle sue carte private si rintracciano sistematicamente espressioni come il zenzero, il zucchero, il zelo.


Se nel chiuso del suo studio Giacomo scriveva tranquillamente il zucchero senza doversi giustificare con Apollo e con le Muse, per quale assurdo motivo avrebbe dovuto considerare il zappatore una bizzarria da “licenza”? Per lui, quella era semplicemente la lingua quotidiana.

La colpa di questo mito transgenerazionale è della successiva standardizzazione scolastica dell’italiano. Solo con l’alfabetizzazione di massa del Novecento si è avvertita la necessità di tagliare i rami secondari dell’albero linguistico per creare regole univoche, rigide e facili da insegnare alla lavagna. Da quel momento, lo ha preso il monopolio assoluto della Z, e il è stato retrocesso a errore o, nel caso dei geni, a nobile “licenza”.


Spacciare il zappatore come un trucco del mestiere significa fare un torto al genio di Leopardi, sminuendone la straordinaria naturalezza. Il contadino che torna a casa stanco nel Sabato del villaggio è un uomo vero, descritto con le parole vere del suo tempo.


Quindi, la prossima volta che qualcuno vi parlerà di “licenza poetica” per quel verso, pensate a Don Giovanni sotto la finestra, a Pinocchio che fa i capricci o all’Artusi che monta le uova.


Sorridete, e ricordate che Leopardi stava solo scrivendo come l’Italia ha cantato, parlato raccontato e cucinato per secoli.


 
 
 

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