• Angelo Fernando Galeano

Cos’è il Talento nell’arte teatrale?

Aggiornato il: 19 dic 2019

Una delle parole più inflazionate nella società contemporanea, specie in campo artistico, è talento.

Il pensiero comune associa questa parola ad una predisposizione naturale ed innata verso qualcosa, un’arte, un’attività, un mestiere, una pratica.

E fin qui restiamo nel campo di una definizione da vocabolario.

Quando si tratta di definire nell’arte in pratica cosa sia il talento, le opinioni personali prendono spesso il sopravvento sull’oggettivita.



Innanzitutto, doverosa premessa, l’arte e il talento artistico esistono in due diverse modalità: l’arte creativa e l’arte performativa.

Sono molto diverse fra di loro e richiedono capacità spesso introvabili nello stesso individuo.

L’Arte teatrale creativa appartiene ai mestieri di Regista, Drammaturgo, Commediografo, Compositore, Coreografo, Direttore Musicale, Scenografo, Costumista, Light Designer,...


l’Arte teatrale performativa invece a Cantanti, Attori, Danzatori e a tutto il corollario di professionalità da esse derivanti.


Nel primo caso il talento sta nella creatività, nel creare qualcosa che non c’è, o nel rielaborare un’opera preesistente e rilanciarla verso il futuro in una chiave di lettura nuova.

Nel secondo caso il talento sta nell’agire, attraverso tutti i mezzi espressivi possibili, eseguendo cosa viene richiesto, come viene richiesto, quando viene richiesto e solo se viene richiesto.


L’arte teatrale esiste quindi sia come processo creativo che come tecnica, e i due emisferi dello stesso mondo si completano in modo inscindibile, né si può immaginare la creazione e la successiva esecuzione di un’opera teatrale che non dipenda da entrambe queste categorie di Artisti e Lavoratori.


L’Arte teatrale nella sua totalità è quindi l'unione di professionalità creative e tecniche esecutive.

E’ facile dedurre che per alcuni artisti sia molto piu facile, quasi istintivo, transitare dalla categoria performativa a quella creativa, conoscendo linguaggio e tecnica della propria arte, che non viceversa. Sono celebri i casi ad esempio di cantanti e attori diventati ottimi registi o ottimi scrittori, o danzatori che decidono di proseguire la carriera nell’arte della composizione coreografica.


Cosa sia il talento quindi nella categoria creativa è sotto gli occhi di tutti, ossia creare il bello e il sublime, immaginarlo, vederlo anche quando non c’è ancora e provare, come un novello Demiurgo platoniano, a ricrearlo con i mezzi, umani e non, che la realtà ci mette a disposizione.

Cosa sia il talento nella categoria performativa resta ancora oggetto di enorme dibattito.

La confusione fra i due emisferi è talmente cementata nella società dei fruitori di arte teatrale che anche i più informati e assidui tendono a confonderne i ruoli.


L’attore, il cantante e il danzatore perfetti sono quelli con una solidità tecnica inattaccabile, con una versatilità stilistica più ampia possibile, che siano capaci di trasmettere qualsiasi messaggio venga loro richiesto, in modo sì emotivamente coinvolgente, ma basato sulla perfetta padronanza del proprio strumento corporeo.


Molti professionisti anche blasonati, tendono invece, forse perché deficitari loro stessi di precisione tecnica e di versatilità stilistica, a considerare precipua caratteristica dell’artista performativo in primis l’emotività e l’aspetto umano-interpretativo a svantaggio di quello tecnico.

Essere un artista performativo invece vuol dire imparare un’arte performativa da grande professionista e rispettarne e comprenderne tutte le regole, tecniche e stilistiche.


L’artista di talento, nel campo dell’arte teatrale performativa, è quindi colui che riesce a piegare il suo corpo, la sua voce, e la sua intera fisicità alle necessità della sua arte con allenamento costante, dedizione, sacrificio, non colui che, privo del dovuto allenamento, si proponga in scena, seppur con le migliori intenzioni emotive e interpretative.


Il talento performativo inoltre è molto più democratico di quanto si pensi; è innato in alcuni individui, che con poco allenamento riescono comunque ad ottenere risultati discreti, ma soprattutto è un piccolo seme che, se ben coltivato, può dare gli stessi risultati di un talento naturale per nascita.


Quello che conta è che venga seminato al momento giusto, coltivato dalle persone giuste, concimato con la didattica giusta, raccolto solo quando sia davvero maturo.


Fortunato e felice è il didatta che sul suo cammino ha il privilegio di incontrare quell’individuo, raro caso fra migliaia, in cui coincidano il talento naturale, inteso come grandissima predisposizione fisica, mentale ed emotiva, e l’umile e convinto desiderio di essere coltivato senza temere il sacrificio, la sconfitta, la fatica, la ripetitività, le regole.


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